Un’alleanza per i beni culturali

Caro Settis, gentile Amico,
proprio perché alcuni grandi Valori ideali ci uniscono in azioni comuni, mi permetta di commentare la sua lettera riguardante il National trust inglese apparsa il 18 settembre sul Corriere della Sera, come commento a due articoli apparsi sullo stesso giornale, inerenti il rapporto tra il Fai e il prestigioso ente inglese.

La sua lettera, però, può purtroppo prestarsi a un equivoco sul ruolo che Pubblico e Privato hanno nella tutela e nella gestione del patrimonio storico, artistico e naturalistico della nazione ed esacerbare una sterile polemica ideologica tra Pubblico e Privato. Polemica in cui noi italiani siamo specialisti e che può allontanare una tutela efficace dai valori che entrambi vorremmo vedere realizzati.

Lei ricorda giustamente le differenze tra il contesto italiano e quello inglese, nel quale ultimo si è sviluppata l’esperienza del National trust. In Gran Bretagna l’assenza di una tutela pubblica dei beni culturali e di conseguenza i disastri dei quali lei enumera alcuni esempi; in Italia una grande tradizione di tutela pubblica, consolidata nel dopoguerra dal dettato costituzionale.

E altrettanto giustamente ricorda che un disastro di proporzioni britanniche – in Gran Bretagna fino a poco tempo fa vigeva una completa disponibilità del patrimonio culturale da parte dei proprietari – non è avvenuto in Italia.

Onestamente, però, lei aggiunge che l’attuale grado di tutela del nostro patrimonio culturale è molto insoddisfacente nel nostro Paese. Attualmente il ministero per i Beni e le Attività culturali versa in gravissima crisi, voluta e provocata dai passati governi, con un personale umiliato e non rinnovato, privo di mezzi adeguati per svolgere un lavoro di guida e di controllo, in mancanza di seri piani paesaggistici anche a causa delle inadempienze delle Regioni, delle Province e dei Comuni. Cito solo il tragico caso della Domus Aurea di Roma e di Carditello per ricordare quanti problemi irrisolti attendono un’azione efficace del ministero che, nel caso di interventi sponsorizzati da privati, dovrebbe attentamente e severamente vigilare.

Ora, non sono queste le condizioni nelle quali uno stimolo che proviene dalla società può integrare e arricchire la tutela pubblica? A questo proposito è triste notare che lei nella sua lettera non nomina il Fai dimenticando come Elena Croce abbia cocciutamente insistito con me nei lontani anni Settanta per fondare un National trust italiano. Del resto lei è stato per ben dieci anni, anche durante la mia presidenza, consigliere del Fai, e ancora le siamo grati per questo. Non può non sapere, dunque, che il Fai è sempre stato e sempre sarà dalla parte di una efficace tutela pubblica del nostro patrimonio culturale. Efficace, sottolineo. E dunque anche aperta ai contributi critici, integrativi e competitivi che provengono dalla società. Che è ciò che il Fai ha fatto e si propone di fare per il futuro. È mai possibile che, se qualcosa di stimolante ed efficace si muove nella società, questa debba diventare tema di una polemica quasi ideologica tra sostenitori del Pubblico e leali e rispettosi attori Privati? Vogliamo tornare all’epoca dei guelfi e ghibellini?

Con la massima stima, ma anche la massima franchezza, le dico, caro Settis, che questo potrebbe essere il rischio del suo intervento.

Voglio davvero sperare che d’ora in poi, lavorando con il senso del «Noi», non nel senso del «Io qui» e «Tu là», ci daremo tutti assieme una mano. Nevvero, caro Amico?

Giulia Maria Mozzoni Crespi

Presidente onorario Fai
(Fondo ambiente italiano)

23 settembre 2013 | 11:14

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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