Profanarte: il Macc scrittura vento e pioggia

Mangiabarche gallery

Chi varca la soglia del Museo di arte contemporanea di Calasetta deve lasciarsi alle spalle ogni convenzione. Qui l’abbattimento del cliché non è un intento, ma l’esito di una concezione d’arte impregnata di vita, di esistenza, di umanità.

Quando Stefano Rabolli Pansera (italiano, classe 1980, laurea con merito all’Architectural association di Londra, curatore per due anni della Biennale di Venezia, responsabile di workshop in Corea e a Berlino) apre le porte del Museo di cui ha assunto la direzione artistica a novembre, esordisce con un promettente: «Benvenuti nel luogo della profanazione dell’arte». E ciò che si para davanti allo sguardo del visitatore è una conferma.

«Si fa arte. E l’arte è contaminata dalla vita» aggiunge Rabolli Pansera. Qui non si scansa con orrore il chiasso, non si protegge la tela dalla polvere. E non sorprende che il progetto di punta della fondazione sia la Galleria Mangiabarche, uno spazio artistico privo di tetto, nella macchia mediterranea a qualche chilometro dal museo cittadino. Un tempo batteria antinave e antiarea, la galleria priva di copertura ospita alcune installazioni (per esempio una guzzeta, l’imbarcazione tipica calasettana) e immagini collocate sulle pareti interne. Tutte destinate alla furia del vento e della pioggia. «La valorizzazione di Mangiabarche rientra in un progetto di recupero del patrimonio costiero – spiega Alessio Satta, direttore della Conservatoria delle Coste, coinvolta direttamente nel disegno della galleria – che mira a catturare il grande potenziale di questo lembo di litorale».

Gli artisti usano lo spazio a cielo aperto, concludono l’opera e lasciano che la natura la tratti come meglio crede. Dopo la tappa costiera, il ritorno al museo cittadino assicura qualche incontro interessante. Le sale del museo si dividono tra stanze ordinate e silenziose accanto a spazi invasi di tavoli da lavoro, tempere, pennelli, fili elettrici che serpeggiano sui pavimenti. E tanti artisti da tutto il mondo. «Sono convinto che l’arte abbia una funzione sociale – dice Frank Ammerlaan, pittore di grido nella scena internazionale, olandese di nascita e londinese d’adozione – l’arte è tale quando l’uomo ne fruisce appieno, guardandola e amandola. In una sorta di abbraccio, un gesto reciproco. Come nella vita, anche nell’arte si ignora l’andamento degli eventi. Qui a Calasetta ho creato un progetto chiamato Well done failure , fallimenti andati a buon fine». E c’è chi è entrato a contatto con l’arte locale: «Ho conosciuto ceramisti e carpentieri dell’isola – racconta Jesse Wine, scultore trentenne di base a Londra – e ho creato dei lavori che contenessero materiali e tecniche locali». Timore di contaminare l’arte con l’artigianato? «Neanche per idea, non ci sono barriere simili» assicura Wine.

A Calasetta, duemila abitanti per un borgo tutto bianco e strade strette, si respira aria di creatività che galoppa e di conoscenza che scalcia. «Ma il meglio – garantisce Rabolli Pansera – deve ancora venire».

Serena Cirina

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