Mangiabarche, il suo ‘mistero’ rivela un museo a cielo aperto vicino alla scogliera

Calasetta. A pochi metri dal mare, nella zona di Mangiabarche, una ex batteria antinave e antiaerea della Seconda Guerra Mondiale è stata recuperata dal degrado grazie a un progetto della Conservatoria delle Coste e dell’agenzia non Profit Beyond Entropy. Una gallery di produzione di arte contemporanea a cielo aperto, in futuro al centro di una rete di musei del Mediterraneo.

di Andrea Tramonte
foto di Nicola Massa

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Una galleria a cielo aperto in mezzo a ettari di macchia mediterranea a pochi metri dalla scogliera di Mangiabarche, nell’Isola di Sant’Antioco. Un museo per la produzione di arte contemporanea che crea una nuova relazione tra terra e cielo, mediata da un edificio bianchissimo che durante la Seconda Guerra Mondiale era una batteria antinave e antiaereo, poi ristorante di pesce – citato anche nel libro di Massimo Carlotto, “Il mistero di Mangiabarche” – e infine, fino a pochi anni fa, luogo abbandonato in stato di degrado ambientale e architettonico. E ora recuperato e riconvertito grazie al lavoro della Conservatoria delle Coste e di Beyond Entropy Ltd, un’agenzia non profit che si ispira al concetto di energia come strumento poetico per definire nuove strategie territoriali, diretta dall’architetto trentaduenne Stefano Rabolli Pansera che è anche curatore del Padiglione Angola per la Biennale di Architettura di Venezia. È stato lì che Pansera ha conosciuto Alessio Satta, direttore della Conservatoria, ed è nato il nucleo del progetto inaugurato venerdì scorso.

Alla Mangiabarche Gallery si arriva da Calasetta percorrendo un tratto di strada bianca, in mezzo a un’oasi di macchia mediterranea quasi sul bordo della scogliera. Da lì si intravede in lontananza l’Isola di San Pietro e a pochi metri dagli scogli, in mezzo al mare, si trova il faro di Mangiabarche, costruito per evitare che le navi in transito si incagliassero nelle rocce (fenomeno noto, appunto, col nome che ha battezzato la zona). I beni che compongono il complesso di Mangiabarche hanno subito un processo di degrado fin dalla fine della guerra, quando gli edifici non servivano più come batteria antinave, come avamposto di controllo del canale tra le due isole e di accesso all’area industriale. Dopo la guerra l’edificio è diventato una trattoria che ha continuato ad esistere fino al 2001. La struttura originaria era pesantemente danneggiata: ad esempio, nel corso degli anni sono state aggiunte delle coperture in amianto. A partire dal 2010 i beni sono stati trasferiti alla Conservatoria delle Coste (e la zona è diventata un’area di conservazione costiera). L’area è stata bonificata da ordigni bellici, rifiuti e amianto e la vegetazione è stata ripristinata. Per inquadrare il progetto occorre partire da qui, da questi passaggi storici e istituzionali fondamentali.

“L’idea di aprire la galleria è nata invece da un incontro con Rabolli alla Biennale di Venezia”, spiega il direttore della Conservatoria Alessio Satta. “Mi parlò dell’idea di fare una galleria d’arte contemporanea a cielo aperto che portasse avanti un concetto di critica radicale alle modalità tradizionali di fare esposizioni d’arte. Galleria per la produzione e non per l’esposizione, insomma”. A Calasetta esisteva già il Macc, museo di arte contemporanea situato all’interno della cittadina. “Proposi a Rabolli di ragionare su quella zona, con un museo abbandonato, un’area costiera abbandonata, un paese che vive di turismo un mese e mezzo all’anno. Alla Conservatoria è sembrato necessario andare oltre un progetto di tutela e valorizzazione e percorrere una strada più ambiziosa di rilancio territoriale”. Che è appunto il significato politico di questa scelta: una provincia in crisi come il Sulcis ha bisogno disperato di nuove strategie di sviluppo e può trovare un nuovo riscatto anche attraverso la cultura e il turismo, a partire dalla riqualificazione e dalla valorizzazione dell’esistente, pensato però attraverso modelli nuovi. “Sì, la parola politica è corretta”, dice Satta. “Abbiamo un’idea strategica del territorio, attraverso un modello che vuole essere paradigma. Calasetta è un luogo periferico, che ha un’identità forte e degli asset strategici come il vino e il tonno e che avrebbe potuto svilupparsi nell’ambito della nautica e del turismo non solo stagionale. Senza una strategia è come se in qualche modo l’entropia di quel luogo fosse in continua crescita. Luoghi come questi si sono chiusi in se stessi. La cultura invece diventa occasione di aperture, di contaminazioni e soprattutto di nuove relazioni”.

L’idea è quella di creare una scuola di professioni legate alla produzione artistica. Il progetto è di mettere in rete Casaletta con gli altri musei del Mediterraneo e di portare lì artisti di tutta l’area per produrre arte negli spazi di Mangiabarche. Gli artisti saranno invitati ad operare sulle tracce delle opere precedenti in modo da creare una sorta di narrazione continua attraverso i contributi di tutti coloro che vi lavoreranno. È già stata stabilita una connessione con la Staedelschule di Francoforte – e la formazione artistica verrà fatta direttamente a Calasetta mettendo a disposizione spazi, strutture e, appunto, relazioni. Per artisti che non vogliono avere solo una residenza – il Macc cura un programma di residenza d’artisti – ma anche produrre arte all’interno di una struttura in grado di supportarli. La Conservatoria ha messo a disposizione del museo lo spazio in comodato d’uso gratuito, attraverso supporto economico nel caso si rendesse necessario. Tra qualche tempo, inoltre, l’intera zona di Mangiabarche diventerà un parco costiero.

L’edificio è stato restaurato seguendo alla lettera la filosofia del “cambiare tutto per non cambiare niente”. Sul piano architettonico il lavoro si è indirizzato alla rimozione del tetto in amianto e al recupero integrale della struttura originaria. Le pareti bianche creano quasi un continuum con un cielo limpidissimo, che diventa quasi uno spazio ulteriore del museo. L’inaugurazione venerdì si è svolta al buio, con le sale illuminate da lanterne poste agli angoli dei pavimenti, e le luci creavano delle geometrie tra le pareti e il cielo. Lo spazio è stato inaugurato attraverso un’installazione luminosa a cura di Beyond Entropy, intitolata Lunghezza Variabile, un modo di misurare lo spazio della gallery attraverso una miccia accesa, che ricorda concettualmente che quello era un luogo di artificieri: la miccia in questo caso diventa un modo nuovo di disegnare lo spazio, e la traccia lasciata sulle pareti dalla polvere da sparo costituisce il primo contributo artistico all’interno della galleria. Durante l’installazione, il jazzista Enzo Favata seguiva il percorso della miccia suonando intorno alla sala. C’è una scritta da qualche parte a Mangiabarche che recita: “sempre pronti all’accensione”, che ricorda il suo passato militare. Bello il destino di un luogo di guerra che riutilizza la polvere da sparo per produrre arte e i suoi spazi come possibilità di sviluppo e futuro.

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