Il bunker dell’Asinara diventa la memoria dell’antimafia. Da oggi “L’Asinara è cosa di nuovo nostra”, un luogo della memoria dedicato a tutte le vittime della mafia che ha portato sull’isola parco tanta gente

di Pinuccio Saba

ASINARA. La lunga teoria di sagome cartonate, all’interno del bunker che ha ospitato Totò Riina, si apre con il noma della prima vittima di mafia: Emanuele Notar Bartolo, uno dei Mille, assassinato in treno nel 1893 con 27 pugnalate. Un elenco che passa per Joe Petrosino, Placido Rizzotto, Peppino Impastato, Mauro De Mauro, fino alle morti eccellenti, un elenco che si conclude con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Da oggi “L’Asinara è cosa di nuovo nostra”, un luogo della memoria dedicato a tutte le vittime della mafia che ha portato sull’isola parco tanta gente. Dagli attivisti di Libera, guidati dal vice presidente nazionale padre Marcello Cozzi, ai tanti volontari di Sardegna Solidale, a chi in quegli anni era a fianco di Falcone e Borsellino. Come il giudice Claudio Lo Curto, anche lui costretto a rifugiarsi all’Asinara poichè per ben due volte era stata preparata una “500” imbottita di tritolo che la mafia aveva piazzato davanti all’ingresso del palazzo di giustizia di Caltanissetta. E il giudice Lo Curto ha raccontato di quei giorni, dei rapporti prima professionali e poi personali con i due magistrati assassinati, del carattere più espansivo di Borsellino, di quello più introverso di Falcone, pronto però ad aprirsi non appena capiva di potersi fidare del proprio interlocutore. E quel mese trascorso all’Asinara, quando la lunga mano della mafia non poteva raggiungerli. Una breve vacanza dalla vita blindata di Palermo ogni notte di trasformava in ore di lavoro al fascicolo del maxi processo. Una vita blindata, come « adesso è blindata la verità su quanto accaduto vent’anni fa – ha voluto sottolineare padre Marcello Cozzi – . In questi mesi abbiamo preso parte a numerose commemorazioni ma fra le autorità spesso schierate in prima fila, c’erano persone che quella verità la tengono sempre più blindata. Oggi noi di Libera siamo qui non solo per ricordare le vittime della mafia ma per chiedere che venga sollevato quel velo che ancora offusca quanto accaduto a Capaci e in via D’Amelio, e che quei personaggi ci dicano da che parte vogliono stare».

Prima di Claudio Lo Curto e padre Marcello Cozzi, il sindaco di Porto Torres Beniamino Scarpa, il presidente del parco Pasqualino Federici e il direttore della Conservatoria delle Coste avevano spiegato come era nata l’idea dell’installazione multimediale proprio all’interno del bunker, la “discoteca” per gli agenti visto che era sempre illumminata, ed è stata proprio la curatrice Lara Porcella a dure che quel bunker non era solo il simbolo della lotta alla mafia, ma anche un omaggio alle memoria di tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine uccisi da cosa nostra, di Emanuela Loi, prima agente donna assassinata dalla mafia.

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