«I fari? Siti culturali con punti di ristoro, bookshop e locande»

SASSARI. Fase 2 per i fari. Mentre cresce l’attesa. Soprattutto sui tempi. Varata la delibera regionale, arriva il momento delle scelte sul campo. «Prima ci saranno lo studio e la stima dello stato di conservazione o di degrado, poi si troverà per ciascuno di loro la destinazione e un uso specifico, d’accordo con tutte le amministrazioni interessate», spiega Alessio Satta, direttore della Conservatoria delle coste. Satta intrattiene spesso contatti con sindaci e presidenti dei parchi. E di recente ha avuto un pubblico confronto con lo scrittore Giorgio Todde proprio su fari e ruolo dell’ente per la tutela dei litorali. L’agenzia, nata nel 2007 con lo scopo di salvaguardare gli ecosistemi lungo le coste, dovrebbe dare sufficienti garanzie agli ambientalisti. Dal fronte naturalista sono infatti giunti altri appelli a evitare cemento e speculazioni, inviti già lanciati anni fa di fronte a misure prese su scala nazionale in questo stesso ambito.  Stavolta l’input parte dall’esecutivo guidato dal governatore Ugo Cappellacci. Riguarda le sole parti del vasto patrimonio effettivamente passato dallo Stato al Demanio sardo. Si parla all’incirca di un terzo dell’intera lista di beni storici e monumentali che dall’Ottocento fanno della Sardegna una delle zone più guarnite di queste meravigliose finestre aperte su passato e presente.  Le aree interessate sono quindi limitate alle 15 con le corrette caratteristiche per interventi immediati. «L’idea di fondo è far sorgere un club con un’offerta integrata per un nuovo genere di prodotti – spiega Alessio Satta – Ci sarà spazio per gli imprenditori privati. Ma è bene precisare che nessuno pensa di ricavare esclusivi resort o alberghi per pochi eletti. No, il principio-base sarà del tutto opposto». «Insomma, la fruizione dovrà essere di tipo didattico-culturale: vogliamo far scoprire alla gente il mondo del mare e della navigazione con un circuito regionale collegato al proprio interno, finora inesistente in Sardegna – puntualizza il direttore – Per esempio, con progetti per accogliere gli studenti delle nostre scuole. Con punti per la ristorazione e possibili locande. Qui verranno poi installati bookshop e concepite altre iniziative d’accordo con i Comuni. Mai e poi mai, comunque, le strutture da rilanciare saranno tagliate fuori dal contesto nel quale si trovano da decenni o da secoli».  Oltre ai fari, l’elenco comprende diverse stazioni semaforiche: ossia i centri usati in passato per le comunicazioni da terra alle navi attraverso bandiere e segnali luminosi, di colore differente a seconda dei pericoli. «Né gli uni né le altre a ogni modo verranno trasformati in fortini accessibili solo a persone facoltose come succede oggi in tante parti della Costa Smeralda», aggiunge Satta.  Tra gli immobili concessi in gestione alla Conservatoria, spiccano i fari di Santa Maria e Razzoli (due isole dell’arcipelago della Maddalena). Quest’ultimo è stato il primo a venire costruito in Sardegna, nel 1843. Seguono quelli di Capo d’Orso a Palau, Capo Mannu a San Vero Milis, Torregrande nell’Oristanese. Ci sono poi le ex postazioni semaforiche di Punta Scorno all’Asinara, Capo Sperone a Sant’Antioco, Capo Sant’Elia (realizzato nel 1860) a Cagliari, Capo Ferro (1858) ad Arzachena, Punta Falcone a Santa Teresa, Testiccioli ancora alla Maddalena e il complesso dove operò Guglielmo Marconi a Capo Figari, che ricade nel territorio comunale di Golfo Aranci.  Altrove dal dopoguerra i programmi tesi a dare nuovi scopi a questi magnifici edifici a picco sul mare hanno prodotto buoni risultati. Ottimi, in particolare, lungo i litorali e le isole della Croazia, in Bretagna, in Inghilterra. «L’intenzione della Conservatoria delle coste è seguire il modello francese Le phaire des baleines – conclude il direttore dell’agenzia sarda – I fari potranno così diventare librerie, boutique, caffetterie. Con ricadute non solo locali ma sull’intera regione: in un circuito, lo ripeto, integrato e aperto a tutti».  (pgp)

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